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Venditore di “babbaluci” (lumache)

A Palermo, quando si nomina il cibo da strada, detto in termini internazionali street food, si equivale ad evocare qualcosa di sacro, un’entità mistica. Già perché, panino con la milza, sfincione, arancine, pannelle e cazzilli, babbaluci, caldume, stigghiola e frittola non sono solo roba da mangiare, ma anche e soprattutto l’anima, l’identità culturale stessa della città, il cuore pulsante. La testimonianza del passaggio di diverse culture che approdate qui, a Palermo, anche per rendere bello il nucleo centrale del tessuto urbano, a certi sapori hanno dato un significativo contributo.

Mangiare il cibo da strada a Palermo non è soltanto passione, vastasarìa (eccesso) che si compie per esaudire la voglia di uno spuntino succulento e corposo adatto a qualsiasi ora del giorno, ma rientra in un codificato rituale, necessario, imprescindibile che talvolta serve perfino a scandire momenti speciali, compleanni, sbagnamenti (inaugurazioni), aperitivi molto rinforzati, l’anteprima abbondante di una cena, un pranzo veloce. Il palermitano verace non si lascia concupire dagli hamburger dei fast food delle multinazionali, preconfezionati con carne la cui composizione è praticamente ignota.

Come dire, megghiu u bonu canusciutu (meglio mettersi al sicuro con qualcosa che ben si conosce). Si mangia con fame autentica un’arancina al burro o alla carne, un panino con la milza, lo sfincione e perfino la frittola, miscuglio di frattaglie recuperato da un grosso paniere coperto da uno straccio, così, ad occhi chiusi, sapendo già di professare un atto di fede assoluto.

Succede, però che, per quanto riguarda i venditori tradizionali di babbaluci, (lumache, piccole escargot, rinomate e ricercate durante i giorni del Festino di Santa Rosalia, il 14 luglio), i venditori di quarume (interiora ) che dalle quarare (grosse pentole di rame) profondono i roventi vapori del centopeddi e dello ziniere o i venditori di grattatelle (granite) e gli sfincionari, non vi sia di fatto alcuna regolamentazione che li garantisca. Un problema serio, che piomba come una fatidica tegola su quanti sono ritenuti i depositari di un patrimonio di tradizione culinaria da tutelare, che rischia, così, l’estinzione.

In difesa di queste categorie, si è fortunatamente levata la voce del vicepresidente della prima circoscrizione di Palermo, Ottavio Zacco, il quale, richiesto un incontro con l’assessore alle Attività Produttive, ha tutta l’intenzione di volere trovare una soluzione concreta per regolarizzare queste attività tradizionali, che nel rispetto delle norme igienico sanitarie nazionali ed europee, necessitano dunque di normative, deroghe o regolamenti comunali per non scomparire.

Noi da streetfoodlovers, cioè da amanti incondizionati del cibo da strada, ci associamo alla crociata del vicepresidente Zacco e auguriamo lunga vita alla caldume, ai babbaluci, alla frittola e alla stigghiola!

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